Icona Pop: dalla Svezia con furore

Sono il duo pop che sta spopolando nel mondo della musica. Due ragazze svedesi che partono alla conquista del mondo. Dopo il marchio H&M, ora sono arrivate le Icona Pop.
Due ragazze, Caroline Hjelt (La Rossa) e Aino Jawo (la Mora), che hanno inciso il tormentone dell’estate 2013, I love it, che da il titolo anche all’album. Un inno al girl power e alla voglia di vivere dopo una rottura, il tutto da sentire in chiave dance.
Questo formidabile duo sta riuscendo ad imporsi non solo grazie a della buona musica, ma anche e soprattutto grazie alla loro creatività e al loro gusto modaiolo che non passa assolutamente inosservato. Sia i loro eventi live, sia i loro video, mostrano grande talento e unicità, una voglia di osare ma anche di divertirsi.

Oltre “I love it”, ci sono brani come “Manners”, “We got the world” e “night like this” che catturano e che sono, per dirla con una citazione del The Guardian, “maledettamente cool.
Una piccola curiosità sul loro nome: Caroline Hjelt ha recentemente dichiarato che il nome del duo viene da una conversazione che i suoi genitori hanno avuto con dei loro amici. Raccontando della nuova avventura musicale della figlia, i signori Hjelt hanno dichiarato che la figlia voleva fare sul serio nel mondo della musica; i loro amici hanno prontamente risposto:” Quindi, stanno per diventare delle icone pop”. Da qui, Caroline Hjelt dice di essere rimasta folgorata da questo nome e di averlo scelto.

Spero che diventino davvero delle Icone Pop, nome a parte, e non siano solo una meteora musicale. Nel frattempo, mentre attendo di ascoltore il nuovo album Girlfriend, You´re on a different road, I´m in the Milky way you want me down on earth but I am up in space. You´re so damn hard to please we gotta kill this switch. You´re from the 70´s but I´m a 90´s Bitch! I don’t care… i love it!

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Il Grande Gatsby e il Grande Leonardo

Vedere il Grande Gatsby: questo era una promessa che io e la mia cara S. ci eravamo fatte. Volevamo vedere se finalmente qualcuno era riuscito a garantire a Leonardo Di Caprio un Oscar e se qualcuno era finalmente riuscito a dare il giusto merito al grande romanzo americano di Fitzgerald. Non ho letto volutamente ciò che a Cannes hanno detto, scritto su questo film. Niente trailer o recensioni. Ho ceduto solo alla colonna sonora, e ho deciso che valeva la pena andare al cinema, ma non per le muciche remixate di Beyonce o Emeli Sandé (la prima non ha reso giustizia a Amy Winehouse con la sua cover di Back to Black, la seconda ha reinterpretato Crazy in Love proprio di Beyonce, ma poteva fare decisamente meglio), ma per Florence and The Machine e per Lana del Rey; benchè di quest’ultima io non sia nè un’estimatrice, né una fan, né una sua ascoltatrice, penso seriamente che abbia interpretato l’atmosfera dell’ossessione di Gatsby per Daisy alla perfezione, la sua “Young and beautiful” dà quel tocco in più al film, ti rende parte di qualcosa veramente sublime, più degli abiti di Prada, i gioielli e le atmosfera dei ruggenti anni ’20.

Un mondo scintillante, pieno di colore, musica, ballo, eccesso, niente limiti: questo è ciò che sembra apparentemente il mondo di Gatsby. Tutta New York va da lui a divertirsi ma nessuno lo conosce veramente, nessuno conosce la sua vera storia, una leggenda che cammina tra i suoi ospiti indisturbato, uno che da feste ma che non sembra avere l’aria di divertirsi. Ma perché Gatsby è grandioso? Onestamente, non so dare una risposta sola, penso che Gatsby sia grandioso perché nessun uomo è capace di fare tutto ciò che fa lui per Daisy, nessuno ama così, nessuno ha la sua tenacia, la sua perseveranza o, come dice Nick Carroway nel film (Tobey Mcguire), nessuno ha la sua speranza, la sua capacità di vedere il meglio in ognuno. E questa sua speranza lascia stupefatto lo spettatore, non abituato a conoscere un simile sentimento.

Perchè Baz Luhrmann abbia scelto Di Caprio è abbastanza chiaro, a mio avviso. Di Caprio è un po’ come Gatsby (ossessione per le bionde e top model a parte): tutti sanno il suo nome, ma nessuno lo conosce veramente se non pochissimi “Nick Carroway”; Leonardo ha mostrato perseveranza in questi anni, dimostrando che non era solamente il belloccio biondo-di-turno di Titanic o Romeo+Juliet, ma un attore vero, completo, carismatico, versatile, capace di dare vita ad una figura interessante, complicata ed elettrica come il grandioso Jay Gatsby. Perché anche Leonardo, come Gatsby, lo guardi e sai che c’è molto di più oltre la facciata, e hai sempre la strana sensazione che di lui ti sfugga qualcosa. Ma cosa?

A Tobey Mcguire è andata una parte altrettanto complessa: il narratore della storia. Ma un narratore diverso dal solito, partecipe di ciò che accade suo malgrado. In maniera inaspettata, un sempliciotto qualsiasi diventa l’unico “amico” di un personaggio “grandioso”, si ritrova attore e narratore di qualcosa che inizialmente non riesce a comprendere pienamente, per poi ritrovarsi il solo ad aver capito chi era il suo vicino di casa e il mondo che circondava entrambi: un mondo apparentemente perfetto, scintillante, ma che in realtà pensava a far più soldi, e che aveva paura delle emozioni vere. Alla fine, sia Jay Gatsby sia Nick Carroway vengono stroncati da questo mondo.

Uscendo dalla sala, mi sono resa conto che per 2 ore e venti minuti sono rimasta a bocca aperta, non ho avuto un attimo di stacco dal film, perché era un continuo crescendo, un continuo movimento. Mi è rimasta però la sensazione che mancava qualcosa, come un fastidioso retrogusto amaro di uno sciroppo; ho comunicato a S. questa mia sensazione, e lei mi ha risposto che il motivo era perché “Luhrmann esplode ma non implode”. Può essere sia vero, ma stamane ho capito il motivo: non è colpa né del film, né della colonna sonora, né dell’interpretazione degli attori: è colpa di Jay Gatsby.

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Arbitrage. Sesso, potere e denaro possono rovinarti la vita

Ormai lo avete capito, sono un’appassionata di cinema, e fortunatamente io e la mia amica S. condividiamo questa passione fin da quando siamo piccole. L’ultimo film che abbiamo scelto (in realtà l’ho scelto io) è stato “La Frode”, ultimo film uscito con quel mostro sacro del cinema che è Richard Gere. Tanto per cambiare, più un film fa riflettere, è ben fatto, ha dei veri dialoghi, meno possibilità si ha di trovare persone della propria età in sala. Non che mi importi molto, ma mi piacerebbe vedere un ragazzo o una ragazza di 24 anni come me che, anzichè guardare le solite commedie demenziali o horror improbabili, decida di guardare un film che merita davvero di essere preso in considerazione.

Richard Gere interpreta uno dei tanti manager che affollano Manahattan, e non solo, tutti i giorni: un uomo senza scrupoli, all’apparenza di successo, marito-padre modello, filantropo carismatico. Invece, è vero il detto che “non è tutto oro quel che luccica”: frode, bilanci falsi, corruzione, in poche parole il peggio sono il normale pane quotidiano del protagonista Robert Miller. Gere si è meritato una nomination all’ Oscar per questo film, ne avrebbe certamente meritate anche altre ma non sono uno dei membri dell’Accademy e non mi va di giudicarli, e posso dire che la sua interpretazione è veramente brillante, arguta, piena di sentimento, intensa, così come quella di Susan Sarandon, che interpreta ad un primo sguardo lo stereotipo della moglie dell’uomo d’affari: cene di beneficenza, tutta apparenza e poca sostanza, interessata più ai soldi che altro; ma anche qui, andando più a fondo, si scopre una donna che ha sempre taciuto sullo schifo (passatemi l’espressione, ma ci sta tutta) che il marito combinava, ma quando le toccano i figli tira fuori le unghie.

Un film di questo genere fa riflettere, fa capire perchè ci troviamo nella situazione in cui siamo, viene da chiedersi come possano esistere persone simili e che persone siano, come fanno a dormire la notte, cosa passa loro per la testa prima di agire in maniera tanto sconsiderata. Il merito del regista e del protagonista sta proprio qui: nel mostrarci come queste persone sono, piene di ansie perenni, da non dormirci la notte, incertezze e la presenza sempre costante del fallimento, sentimenti non sempre cristallini, menzogne. Ogni tanto, un timido barlume di ravvedimento, troppo poco però per giustificare il resto.

“Sesso, potere e denaro sono il tuo migliore alibi”., recita il sottotitolo; ma quando i nodi vengono al pettine, quando si tocca il fondo, non c’è nessun alibi che protegga dalla verità.

p.s. nel film è presente anche Laetitia Casta. Una buona interpretazione, ma può certamente far meglio della bambolona sexy francese che interpreta nel film.

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Il fascino dello chef

Si tende sempre a pensare che noi donne attendiamo il principe azzurro su un cavallo bianco. Magari la storia di Cenerentola ha contribuito a confermare e a far durare questo stereotipo. Ma se invece di un principe, che sguaina la sua spada per salvarci, noi donne in realtà preferissimo un uomo ai fornelli? Da che mondo e mondo, un uomo che sappia cucinare ha sempre affascinato noi donne, crea quella allure particolare, un tempo trovare uomini così era raro, nelle chiacchiere tra donne, quando una ragazza del gruppo confessava di frequentare un uomo “che sapeva cucinare”, si creava stupore, meraviglia. Non era più un uomo, ma una creatura mitologica. Oggi fortunatamente le cose sono cambiate. Ci sono numerosi programmi tv che ci mostrano uomini avvenenti e non che sanno preparare piatti gustosissimi e complicatissimi e fanno sembrare tutto molto facile (Ebbene si,per chi me lo ha chiesto, attendo le repliche di MasterChef su Cielo); ma non solo la tv ci mostra questi esemplari, ma anche i libri: giusto qualche giorno fa, ho finito di leggere un libro di Laurel Weisberger, autrice non solo del “Il diavolo veste Prada”, ma anche del “Al diavolo piace dolce”, dove la protagonista si innamora di un figo ovviamente, ma prima di essere figo è uno chef. Che cosa potrebbe desiderare di più?!
Onestamente, trovare un uomo che sappia preparare une meravigliosa cenetta mi piacerebbe; trovare un uomo che sappia abbinare un buon vino a ciò che c’è in tavola sarebbe fantastico; trovare un uomo che sia affascinante, con cervello, sarebbe la fine del mondo; trovare un uomo che racchiuda tutte le facoltà di cui sopra senza essere stronzo e nacisista, è rarissimo, o impossibile? E’ aperta la caccia!

Simone Rugiati

Carlo Cracco

Gordon Ramsay

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Lincoln: un’interpretazione da Oscar di Day Lewis

In questo mese di gennaio, sono usciti moltissimi film che hanno catturato la mia attenzione, passerei giornate intere a guardare film nuovi e interessanti:amo molto il cinema,l’interpretazione degli attori, la cura delle ambientazioni, i dialoghi ben strutturati, intelligenti e vivaci. Quando si spegne la luce in sala, sono sempre in trepida attesa perchè non so cosa aspettarmi; posso dire che fortunatamente, fino ad ora, sono stati pochissimi i film che mi hanno deluso.Ieri, grazie alla mia carissima amica S, sono andata a vedere Lincoln.

Ammetto che ero scettica all’inizio, un film troppo atteso, troppo idolatrato da critica e non, e io non amo lasciarmi influenzare da critiche altrui,specie quando si tratta di un film; così come di me stessa, sono anche la prima critica di ciò che scelgo di vedere. Temevo fosse l’ennesima celebrazione della storia americana. Ma poi si è spenta la luce in sala, (purtroppo la pubblicità pre-film dura quanto un episodio di una seria tv)il film è cominciato, e “lui” ha fatto la sua magia…

Il lui in questione è Daniel Day Lewis, attore bravissimo, uno di quello che non si presta ai soliti “blockbuster-movie”, ma sceglie con cura e con passione chi interpretare. Come si possono dimenticare le sue interpretazioni magistrali nel Petroliere o in Gangs of New York, per citarne solo alcune? Come se non bastasse, Lewis è anche un magistrale attore di teatro, un attore di vecchio stampo, oserei dire, uno di quelli che usa la testa, il carisma, la faccia, insomma tutto se stesso, e non solo il fisico come accade ultimamente con troppi attori delle nuove generazioni. Lewis ha un “sapore”, se così si può dire.

Benchè il film non mi abbia stupito moltissimo, penso sia interessante da vedere e cogliere l’interpretazione di Lewis che è riuscito a portare sul grande schermo l’essenza stessa di un presidente che ha cambiato l’America e probabilmente anche il mondo, un uomo prima che andava al di là di una carica pubblica, un uomo che sapeva cosa era giusto e ha fatto di tutto e ha messo tutto se stesso per raggiungere il suo obiettivo, abolire la schiavitù. Ma non è il presidente Lincoln quello che colpisce, ma l’uomo Abramo Lincoln, così intelligente, amante delle storie da raccontare, desideroso di cambiare ciò che era palesemente sbagliato.

Non voglio raccontarvi il film perchè credo sia giusto che voi lo andiate a vedere senza alcun filtro che io o qualcun’altro possiamo mettere, ma voglio condividere con voi una piccola cosa, una scena in particolare. Lincoln discute animatamente con la moglie circa l’arruolamento del secondo figlio, la madre non vuole dopo aver perso il primo, il padre capisce le esigenze morali che suo figlio ha. In un attimo di silenzio, Spielberg ci regala un primo piano del volto di lui e lì ho visto, per un secondo che mi è parso durare moltissimo, due uomini racchiusi in uno: ho visto il Daniel Day Lewis e Abramo Lincoln, due in uno solo, due che condividevano uno spazio che doveva appartenere ad uno solo di quei due in quel momento.
Non so perchè, ma mi ha colpito, e sono uscita dalla sala portandomi questa strana sensazione dentro. Ma poi ho capito perchè Lewis merita un’Oscar per questa interpretazione: mi ha fatto cogliere l’essenza di una persona, la sua anima se preferite,ma sempre qualcosa di pìù profondo; è questo che dovrebbero fare i veri attori: entrarci dentro, e darci un’emozione che non ha nome, e lasciarla lì a farci delle domande a cui la sua interpretazione da una risposta.

p.s. una persona a me molto cara mi aveva consigliato di vederlo in lingua originale,onestamente mi pento di non averlo ascoltato. Pierfrancesco Favino sarà anche un ottimo attore, ma purtroppo non ha la stoffa del doppiatore

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The Carrie Diaries ovvero come tutto ebbe inizio

La scorsa settimana, la CW ha mandato in onda il Pilot del suo nuovo show, The Carrie Diaries. Se ne parlava già da un pò, c’era molto attesa dai critici e dai fans, alcuni orfani da molti anni di Sex and the city, altri orfani da dicembre di Gossip Girl ( e nel mezzo ci sono anche io, sigh). Ho guardato la puntata partendo da un dato di fatto preciso: Sarah Jessica Parker e il suo personaggio non hanno nulla a che fare con tutto ciò, fortunatamente ho fatto bene.

La serie racconta di una Carrie ragazzina, negli anni 80, non ancora trend-setter e spigliata come siamo stati abituati a conoscerla, ma amante della moda, timida e un pò impacciata, reduce dalla recente scomparsa della madre, alle prese con una sorella più piccola in piena crisi adolescenziale. Solo in un luogo lei è veramente se stessa: Manhattan, New York. E questo uno dei pochi punti di comunione con la Bradshaw di Sex and the City. Ho letto molto critiche, alcune positive, altre un pò meno, ma in pochissime ho riscontrato ciò che penso io, ovvero che sia un bene che le due serie sia differenti, che per fortuna non si possono fare paragoni.

Sono grata di questo prequel perchè potrebbe spiegare quella creatura meravigliosa e complessa che è Carrie, l’archetipo femminile, il mito a cui buona parte delle fashion-addicted aspira; il perchè dei suoi problemi con gli uomini, il perchè sia un’animale cittadino e inadatta a fare la donna di casa. Questo prequel potrebbe spiegare molte cose, ha un potenziale enorme se gli autori (li stessi di The O.C e Gossip Girl, che sono partiti bene e finiti male, qualitativamente parlando) non perderanno la retta via appena intrapresa. Il primo episodio è stato carino, coinvolgente, ma mancava un certo non so che, quella scintilla che ti fa amare la serie dalla prima puntata. E’ vero che ci sono stati momenti topici, come la re-invenzione della borsa o la “camminata” per Manhattan, o la comprensione verso le proprie amiche: tutto questo mi ha ricordato quella intelligente e bella bionda che ha conquistato New York, e non solo…

E alla fine sono rimasta incollata allo schermo del pc per vedere come finiva l’episodio… non vedo l’ora che ci sia il prossimo

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Fascino e stile senza tempo a Downton Abbey

Ammetto che non sono impazzita subito per la serie tv inglese Downton Abbey, non mi sono unita al codazzo di estimatori sin dal primo episodio, ho aspettato che arrivasse alla terza stagione per cominciare a vedere gli episodi e il mio scetticismo iniziale su questa serie si è smontato dopo i primi 10 minuti del primo episodio. Un misto di bravura degli interpreti, tra cui la sempre grandiosa Maggie Smith, location perfette, massima cura dei dettagli, dialoghi pieni di ingegno, verve e humor britannico, e quella brillantezza che circonda il tutto. Insomma un lavoro perfetto, una gioia per la vista e l’intelletto. Le serie tv italiane hanno molto da imparare. MA torniamo a Downton.

In quella affascinante regione che è lo Yorkshire, si svolgono le vicende della famiglia Crawley all’inizio dell’900, alle prese con un nuovo erede, visto che il precedente è morto sul Titanic e le figlie femmine del Conte di Grantham non possono ereditare (poveracce), un pò come la futura figlia (se nasce femmina ovviamente) del Principe William e Kate Middleton se la legge non viene cambiata. Downton Abbey diventa così lo scenario degli usi e dei costumi di quell’epoca, dove l’etichetta e lo stile erano alla base della società, dove un piccolo scandalo poteva rovinare una famiglia, dove la donna, pur non potendo lavorare e ha come aspirazione un buon matrimonio, riveste un ruolo fondamentale (per la serie, le donne mandano avanti il mondo, ma questo si era capito); e i personaggi che vivono in questo scenario, un pò fuori dal mondo ma non troppo distante da esso, sono interessanti quanto il contorno che li circonda: il Conte e la Contessa di Grantham, due uniti, affidabili, rispettosi dell’etichetta e attaccati alla famiglia;le figlie Mary, superba e rispettosa delle tradizioni, ma a suo modo affascinante,saprà smussare gli angoli del suo carattere lungo il corso delle tre stagioni,Edith, che ricopre l’infelice (per lei) ruolo di figlia non sposata che vede le altre sposarsi, in continuo contrasto con Mary; Sybil, dal carattere dolce e forte, va contro le convenzioni; Matthew Crawley, nuovo erede di Downton, allergico all’etichetta, si adatterà presto al nuovo ruolo e si innamorerà di Mary; Lady Violet, alias Maggie Smith, che con la sua verve guida la famiglia attraverso i disastri e le vicissitudini di inizio secolo, rappresenta la tradizione.

Ma non solo i nobili sulla scena: Downton Abbey ha anche il pregio di rappresentare tutto il mondo dell’epoca, nobili e non,borghesi e camerieri, alcuni di quest’ultimi poi sembrano essere attaccati all’etichetta e alle formalità più dei loro padroni. Un mondo suggestivo e affascinante,sapientemente rappresentato a mio avviso. Una serie che merita i premi ricevuti e che si speri continui sempre con questo stile, dato che purtroppo in giro non se ne vede molto.

p.s. una nota di merito va a Dan Stevens, alias Matthew Crawley, per l’incredile interpretazione di questo personaggio, per lo stile che non gli manca e per il fatto che mi ha ricordato quanto io apprezzi il decoro, lo stile, le buone maniere e l’intelligenza in un uomo. Che ci sia speranza di trovare un uomo così?

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Moda uomo: ultime tendenze da Londra

Prima delle settimane della moda, ci sono eventi molti importanti che attirano moltissimo la mi attenzione: Il Pitti e la settimana della moda uomo londinese. Trovo che ci sia un glamour che nelle settimane della moda femminili non sia sempre presente, vuoi per la troppa pubblicità, vuoi per la presenza di troppe persone, anche chi non è interessato al mondo della moda ma è solo lì per farsi vedere. Così, grazie ad un amico londinese, ho potuto vedere in diretta le sfilate maschili e siccome mi piace ogni tanto rubare qualcosa da un armadio maschile, ritengo sia meglio tenersi aggiornate 😉

Dalla City:







McQueen




Generalmente, ed erroneamente a mio parere, si tende a dire che gli uomini non si curino del proprio aspetto. Nulla di più falso. Basta guardare queste immagini per capire che anche dietro al look più trasandato o casual c’è molto studio e soprattutto personalità, e dato che la moda è un campo vasto in cui c’è posto per tutti, ognuno può trovare il suo stile. Magari qualcosa di più azzardato e colorato per chi ama osare, o qualcosa di più classico per gli spiriti meno intraprendenti o morigerati. Magari questi ultimi approfitteranno delle tendenze very british per la prossima stagione fredda, basta dare un’occhiata ai tessuti che richiamano ai tessuto scozzesi. Ma non solo abiti, pantaloni o gilet, anche un semplice accessorio come il berretto può fare la differenza in un outfit. Gli uomini sono difficili come noi donne, in fatti di vestire, anche il più casual di loro è attratto da qualcosa e ne disprezza un’altra, magari non soffrono di shopping compulsivo come la maggior parte delle donne, ma vi posso assicurare che una volta entrati in un negozio perdono più tempo di noi a scegliere qualcosa. Non so voi, ma la moda maschile mi attrae particolarmente, trovo che in alcuni di questi capi ci sia un’eleganza delle linee e degli accostamenti che mi affascina,e vedendo alcune di queste immagini credo che farò una capatina nel reparto maschile dei negozi, dove non ci sono commesse odiose che ti dicono che la taglia dell’abito che indossi è sbagliata, dove non si sente quel cicaleccio di sottofondo costante. Un’esperienza da provare,garantito!
Spero di potervi mostrare presto qualche immagine del Pitti Uomo. A presto!

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Anno nuovo, blogger nuova!

Per cominciare, Buon anno a tutte voi stylers! Spero che i vostri festeggiamenti siano stati meravigliosi e felici. Per quanto mi riguarda non posso lamentarmi, ho passato delle belle giornate, e come ogni anno mi dedico alla famigerata lista di buoni propositi. Quest’anno ho deciso che prima di fare una lista di propositi, ne voglio fare uno fondamentale: pochi propositi ma buoni. La base dei miei propositi è una,semplice:l l’aspirazione, ovvero aspiro a migliorarmi, aspiro ad essere una persona e una blogger migliore di quanto io non sia stata finora. Ho capito che volere qualcosa non vale come l’aspirare qualcosa, perchè quest’ultima mi permette di crescere e maturare, insomma di costruire qualcosa che va ben al di là dell’interesse e della superficialità, qualcosa che mi possa rendere fiera di me stessa. La comprensione di questa cosa è stata lunga, a tratti un pochino dolorosa, e adesso conoscete il perchè della mia assenza da questi luoghi.
Come avrei potuto scrivervi o condividere qualcosa con voi quando non ne ero certa nemmeno io? Ma adesso, fatta chiarezza, aspiro ad essere qui con voi più presente, a condividere qualcosa che ci possa accumunare e confrontarci. Ma aspiro soprattutto a conoscere,a conoscere il più possibile,a conoscere voi. Questi i miei propositi. Happy New Year from The Auburn Girl!

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What is Christmas… for me and Pippa

La scorsa settimana, come tutte le settimane del resto, ho comprato Vanity Fair, e con mia sorpresa ho trovato Pippa, anzi Philippa Middleton (non ce la faccio proprio a prenderla sul serio chiamandola Pippa). Mi sono detta, cosa avrà mai da dire? Non è un’attrice, non una cantante, nè una it-girl,nè un personaggio della moda, insomma è solo la sorella della futura sovrana di Inghilterra…
Spinta dalla curiosità e dallo scettismo, ho iniziato a leggere…

IO e Philippa… con la stessa idea del Natale… è mai possibile? Insomma cosa può legare la nuova “quasi-it-girl” inglese ad una ragazza di una piccola città come me? Il Natale, anzi la magia del natale. No, tranquille, non vi scriverò un post sui regali giusti, sull’outfit giusto o sull’albero giusto; voglio solo condividere con voi la mia idea di Natale. La mia è una famiglia piena di zii e cugini, ed essendo io figlia unica, ho sempre apprezzato questi cugini-fratelli che riempono la mia vita; Natale per me era, ed è, un evento magico,perchè stando i miei zii in città diverse e lontane, è un modo di ritrovarsi, di fare famiglia. Quando ero piccola, la vigilia la passavo con mio nonno a guardare i cartoni della Disney che passavano sulla Rai, guardavamo Canti di Natale, mia madre in cucina a preparare da mangiare, si attendeva l’arrivo dei miei zii da P., da R. e da F. Era bello quando suonava il citofono e io correvo ad aprire.
Ora che sono “cresciuta”, il Natale esercita lo stesso fascino su di me, e benchè io non sia più una bambina, guardo ancora con occhi sgranati le luci e le decorazioni, mi affascina come sempre guardare mia madre e mia zia cucinare per la vigilia e per il 25, mi piace ancora ascoltare le canzoni di Natale e ballare per casa come una scema, mi piace giocare tutti insieme e “litigare” per le vincite, mi piace soprattutto quando siamo a tavola tutti insieme,magari a parlare contemporaneamente, e allora sento davvero il Natale

Lo spirito dell’articolo di Philippa mi ha fatto apprezzare ancora di più quello che ho vissuto, quello che ho, qualcosa di molto prezioso, meglio di qualsiasi regalo.
Ho letto molti post, molti articoli sulle idee regalo, su cosa cucinare, ma mai nessuno che dicesse “ehi gente, è Natale, godetevi la vostra famiglia, godetevi gli amici, state insieme, mangiate, divertitevi”… Quindi, per questo,ringrazio Philippa =)
Nell’articolo ho trovato anche delle ricette, tipicamente british, e non vedo l’ora di provarle alcune, come l’Egg-Nog, e riprovare il pudding, anzi il Christmas pudding! Mia madre non sembra convinta per il primo, ma pare che io sia riuscita a convincerla per la seconda ricetta. Ed è probabile che oltre i soliti giochi natalizi io mi ritrovi a spiegare il Bouchon a tutti, ci giocheremo fino alla nausea (almeno lo spero). Non so se comprerò “Celebrate: A Year of Festitivities for Family and Friends”, anzi è molto probabile che io non lo faccia, però devo dire grazie alla signorina Middleton per avermi ricordato una cosa che avevo un pò scordato perchè ero troppo presa da outfits, make up, wishlist, regali e decorazioni.

I Train cantano una bellissima canzone di Natale, che racchiude il mio spirito natalizio in quattro semplici frasi:

Shake up the happiness
Wake up the happiness
Shake up the happiness
It’s Christmas time

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